Lo studio mostra che l’adattamento al cambiamento climatico basato sugli oceani occupa ormai una posizione stabile nelle agende regolatorie e politiche internazionali. Tuttavia, il quadro resta frammentato. Le priorità strategiche sono categorizzate in modo poco definito: clima, diritto del mare, pesca e acquacoltura, biodiversità e diritti umani. Inoltre, in ogni ambito si ritrovano aspetti convergenti, tra cui: l’approccio precauzionale, la gestione ecosistemica, le soluzioni basate sulla natura, la pianificazione spaziale marina, le aree marine protette, le valutazioni di impatto e vulnerabilità, la conservazione degli ecosistemi blue carbon e la gestione adattiva della pesca.
Secondo i ricercatori, questa convergenza normativa non si è ancora tradotta in un’azione sufficientemente rapida e coordinata. Gli impatti del cambiamento climatico sugli oceani (riscaldamento, acidificazione, deossigenazione, perdita di biodiversità e spostamento degli stock ittici) richiedono risposte maggiormente integrate. Restano invece forti limiti di attuazione: obblighi spesso formulati in modo generale, scarsa volontà politica, risorse finanziarie insufficienti, difficoltà nel trasferimento tecnologico e debole coordinamento tra istituzioni internazionali.
Il paper evidenzia anche alcune questioni irrisolte. Gli Stati tendono a concentrarsi sugli aspetti più facilmente integrabili, tra cui: il ripristino degli ecosistemi costieri, il blue carbon e le soluzioni basate sulla natura. Pongono invece meno attenzione alle possibilili conflittualità tra obiettivi: sviluppo dell’acquacoltura e tutela ambientale; pesca industriale e protezione della biodiversità; sicurezza alimentare e diritti delle comunità costiere; mandati settoriali e necessità di una governance oceanica integrata.
Per rafforzare l’adattamento climatico basato sugli oceani, gli autori individuano quattro passaggi chiave. Il primo riguarda il processo UAE–Belém sugli indicatori del Quadro degli Emirati Arabi Uniti per la resilienza climatica globale, che potrebbe trasformare l’obiettivo globale di adattamento in target più chiari anche per gli oceani. Il secondo è l’entrata in vigore dell’Accordo BBNJ, che potrebbe fornire standard condivisi su aree marine protette, valutazioni di impatto ambientale, valutazioni strategiche, capacity-building e trasferimento di tecnologie marine. Il terzo riguarda i pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e della Corte interamericana dei diritti umani, che si aggiungeranno al parere ITLOS del 2024 e potrebbero chiarire il rapporto tra obblighi climatici, tutela dell’ambiente marino, biodiversità e diritti umani. Il quarto è il crescente ricorso al contenzioso climatico, che potrebbe contribuire a rendere più precisi ed esigibili gli obblighi degli Stati in materia di adattamento.
Il paper conclude che l’adattamento oceanico non può più essere trattato come un tema accessorio o settoriale. Deve diventare parte di una governance climatica integrata, capace di collegare resilienza degli ecosistemi marini, sostenibilità delle economie oceaniche e protezione dei diritti delle comunità maggiormente esposte.
Il cambiamento climatico rappresenta una importante minaccia per la biodiversità marina, per l’uso sostenibile delle risorse oceaniche e per i diritti delle persone che dipendono dal mare per il proprio sostentamento, la sicurezza alimentare e la cultura. Gli oceani assorbono calore e carbonio, ma sono anche tra i sistemi più colpiti dalla crisi climatica. Alcuni cambiamenti sono già irreversibili o destinati a durare per secoli.
In questo contesto, l’adattamento non riguarda solo la protezione degli ecosistemi, ma anche la capacità dei sistemi umani di ridurre vulnerabilità e rischi. Il problema, secondo gli autori, è che le risposte internazionali sono state costruite entro regimi giuridici separati. Ne deriva un mosaico di obblighi, raccomandazioni e strumenti che riconoscono sempre più il nesso tra oceano, clima, biodiversità e persone, ma faticano ancora a operare in modo coerente.
La ricerca analizza il diritto e le politiche internazionali rilevanti per l’adattamento climatico degli oceani. Gli autori esaminano accordi internazionali, decisioni delle Conferenze delle Parti, raccomandazioni, linee guida tecniche e contributi dottrinali, concentrandosi su cinque ambiti: cambiamento climatico, diritto del mare, pesca e acquacoltura, conservazione della natura e diritti umani.
Lo studio distingue due dimensioni dell’adattamento. La prima riguarda i sistemi marini naturali e le misure volte ad aumentarne la resilienza agli impatti climatici. La seconda riguarda i sistemi umani che dipendono dall’ambiente marino. In quest’ultimo caso, il paper si concentra su pesca e acquacoltura, settori cruciali per la sicurezza alimentare e per i mezzi di sussistenza di molte comunità costiere.
Questa impostazione consente di mettere in luce sia le convergenze tra i diversi regimi internazionali sia i possibili conflitti di policy. Il paper non affronta mitigazione, perdite e danni, migrazioni, diritto regionale o iniziative di attori non statali. L’analisi si concentra su come trasformare un insieme frammentato di obblighi e impegni in un quadro più coerente per l’adattamento climatico basato sugli oceani.