Le politiche sportive dovrebbero smettere di trattare il cambiamento climatico come un tema estraneo e preparare gli allenatori a risposte adattive, costruite principalmente attorno a quattro elementi: la percezione del rischio, l’acquisizione di conoscenze, la capacità di individuare pericoli prioritari e l’integrazione di misure nelle strategie organizzative. Solo così, gli allenatori potranno passare dall’essere semplici esecutori di soluzioni estemporanee all’avere un ruolo attivo nell’adattamento climatico sportivo. È quanto emerge dal pre-print dello studio “Sport and climate change: ‘Bottom up’ manager perspectives of climate impacts, climate adaptation and implications for sport policy” di G. Dingle e altri. L'articolo è stato pubblicato su International Journal of Sport Policy and Politics.
Gli autori sono partiti da un’ipotesi di ricerca che mette insieme adattamento climatico e sport, col fine di capire se gli allenatori sportivi, in risposta ai cambiamenti climatici, possono diventare “attori trasformativi” capaci di ripensare da zero il modo di organizzare gli allenamenti. I dati raccontano una storia, almeno finora, di insuccesso: chi gestisce club e impianti si limita a piccoli interventi spot, senza intraprendere veri processi trasformativi.
I risultati si basano su un sondaggio sottoposto a 22 manager di organizzazioni sportive regionali, club locali e amministrazioni comunali. Per contrastare il caldo estremo, il 18,9% fa bere di più gli atleti, un altro 18,9% cancella, rinvia o accorcia le partite, il 16,2% applica una policy formale sul caldo, il 16,2% rende più frequenti le pause, il 10,8% usa ghiaccio per far riprendere i giocatori e un altro 10,8% sposta lo sport alla sera o installa ombreggiature. Infine, il 2,7% non attua alcuna misura compensativa.
Per quanto riguarda le piogge estreme, prevale invece l’immobilismo. Il 38,5% non applica alcuna misura di adattamento perché non lo considera un problema, non ha risorse o non sa cosa fare. Un altro 23,1% risponde in modo vago. Solo il 15,4% pianifica il rischio e un altro 15,4% ha migliorato le infrastrutture per rispondere alle crescenti piogge improvvise.
Per capire perché il caldo genera più allarmismo delle piogge, gli autori chiamano in causa la “percezione del rischio”: le persone tendono ad agire di fronte a un pericolo che vedono e sentono sulla propria pelle, come il fiato corto o gli atleti che stanno male in campo, più che di fronte a un rischio astratto e meno diretto. Il caldo si “sente” subito, mentre l’aumento delle piogge estreme, per ora, si nota meno nella vita di un club, anche se le sue conseguenze economiche (rimborsi, manutenzione, danni) sono spesso più impattanti.
Un punto centrale che gli autori affrontano riguarda il vuoto delle politiche climatiche nel settore sportivo. La strategia sportiva nazionale australiana “Sport Horizon” (2024-2034) cita un “clima che cambia” ma non spiega come affrontarlo, mentre il piano precedente, “Sport 2030”, non nominava nemmeno il clima. Il piano strategico di Cricket Australia riconosce “quanto sia vulnerabile il nostro gioco a un clima che cambia” ma senza indicazioni pratiche per i club, per calcio, tennis e triathlon, invece, nessun documento ufficiale menziona il tema. Lo stesso vuoto si ritrova fuori dall’Australia: Sport England ha aderito al framework Sports for Climate Action delle Nazioni Unite e punta a “ridurre l'impatto climatico complessivo”, ma senza spiegare quali siano gli impatti né come adattarsi, mentre le politiche sportive dell’Unione Europea e del Canada non citano il cambiamento climatico.
Il paper, in ogni caso, sottolinea che le politiche sportive “uguali per tutti” non funzionano in Paesi di grandi dimensioni e climaticamente frammentati, come l’Australia. Ad esempio, il caldo estremo colpisce tutti e quattro gli sport in tutte e quattro le zone climatiche prese in analisi, ma la siccità danneggia i campi di cricket e calcio ma non direttamente il triathlon, che si svolge su acqua e strada, mentre le alluvioni sono un problema serio nelle zone subtropicali e tropicali, molto meno in quelle temperate e semi-aride. Secondo gli autori, è pertanto necessaria una politica sportiva calibrata sulle zone climatiche.
Al contrario, in Paesi più piccoli e con un clima omogeneo (come Olanda o Singapore), una policy uniforme può avere senso. Anche il modo di governare l’adattamento cambia di conseguenza: dove il clima è vario servono reti decentrate di decisori locali, capaci di adattare le indicazioni ai singoli territori, più che un’unica cabina di regia centrale.
Il paper propone anche un modello per capire dove i manager possono davvero incidere. Un allenatore sportivo può convincere la società a spostare gli allenamenti nelle ore più fresche; un funzionario di un’amministrazione comunale può ridisegnare gli impianti sportivi; un dirigente regionale o statale, sviluppando una strategia sul rischio climatico, può influenzare le federazioni a prendere sul serio il problema del caldo. In questo schema a tre livelli - locale, regionale, nazionale - ogni manager può fare da esempio per il livello successivo. La ricerca individua anche i limiti di questa influenza, ovvero l’assenza di competenze specifiche sul cambiamento climatico e le risorse economiche per tradurre le buone intenzioni in interventi concreti.
Interessante, infine, il dato sulla competenza dei manager. Pur senza alcuna formazione specifica, gli intervistati dimostrano di conoscere abbastanza bene i concetti base di clima e cambiamento climatico, informandosi soprattutto tramite l’app del Bureau of Meteorology, il servizio meteorologico australiano. Il problema non è dunque l’ignoranza individuale, ma il fatto che il tema non entra quasi mai nelle riunioni di club o federazioni. Per colmare il divario, gli autori suggeriscono di adattare programmi già esistenti, come il Community Coaching Framework australiano pensato per la formazione “su misura” degli allenatori.
Lo studio si è svolto in Australia, un Paese grande sei volte l’Europa occidentale, dove lo sport vale 50 miliardi di dollari australiani, il 2-3% del PIL. Su 27 milioni di abitanti, 11 milioni di adulti e 3 milioni di bambini fanno sport ogni anno, sostenuti da oltre 70.000 club locali, 100 federazioni nazionali e più di 530 comuni che gestiscono impianti.
Il clima australiano è già cambiato: la temperatura media è salita di 1,4°C dal 1910, con giornate di caldo estremo in aumento di mese in mese. Il Paese è diventato più secco in alcune zone e più piovoso in altre: dagli anni Novanta le piogge tra aprile e ottobre nel sud-ovest e sud-est sono calate del 12-16%, ma quando accade l’intensità è maggiore.
Gli autori inseriscono lo sport tra i settori maggiormente esposti al clima, insieme ad agricoltura, turismo ed edilizia, e individuano tre punti deboli: le persone (atleti, arbitri), i luoghi (campi, impianti) e le organizzazioni (club, federazioni). La ricerca su sport e clima è ancora agli inizi: prima di questo lavoro solo due studi avevano affrontato l'adattamento trasformativo nello sport. Da qui l'idea di partire “dal basso”, ascoltando chi vive lo sport quotidianamente.
La ricerca combina metodi qualitativi e quantitativi: prima si raccolgono e analizzano i racconti dei manager, poi si confrontano con i dati di un sondaggio.
Il campione, approvato dal Comitato Etico della La Trobe University (n. HEC20408), è costruito in tre passaggi: scelta di quattro zone climatiche australiane molto diverse (semi-arida fredda, oceanica temperata, subtropicale umida, monsonica tropicale); selezione di quattro sport all'aperto praticati a livello locale (cricket, calcio, tennis, triathlon); per ogni combinazione sport-clima, coinvolgimento di manager di organizzazioni sportive regionali, club locali e amministrazioni comunali.
Su 36 manager contattati, 22 hanno accettato di partecipare, realizzando 23 interviste semi-strutturate (una persona ha risposto per due zone climatiche). Le interviste, registrate su Microsoft Teams e trascritte, sono state integrate con documenti interni come piani e report dei club. Per analizzarle, i ricercatori hanno seguito le sei fasi dell’analisi tematica riflessiva di Braun e Clarke: da 470 codici di primo livello si è arrivati a 104 categorie, poi ai cinque temi finali, con il software NVivo 15.
Il sondaggio online, sulla piattaforma QuestionPro, poneva due domande aperte sui pericoli climatici più citati - caldo e piogge estreme - analizzate con statistica descrittiva, vista la ridotta numerosità del campione. Gli autori invitano a leggere i risultati come indicativi più che definitivi, e propongono di estendere la ricerca ad altri sport, ad altre zone climatiche e a un periodo di osservazione più lungo.